Precari dentro…

29 Luglio, 2008

- “… da quanto tempo non ci si vede! Di che ti occupi?”
- “… più che altro mi occupo di trovarmi un lavoro, sai… sono precario.”

Questa potrebbe essere una comune conversazione fra due amici che si incontrano dopo tanto tempo, oppure tra due persone che si presentano, ma anche in molte altre situazioni.

Ma cosa significa “sono precario“?
Essere precario significa molte cose ed è soprattutto uno stato esistenziale acquisito ma non cercato.
E’ quella condizione di vita che non ti consente di godere anche di quel poco che hai o peggio, quello che spesso hai in abbondanza: il tempo libero.
Si, perché non puoi apprezzare il tempo libero se devi pensare costantemente a come ottenere l’indispensabile per vivere, o per sopravvivere.

Questa sembrerebbe la descrizione del disoccupato-tipo, ma per molti aspetti le due condizioni si sovrappongono e spesso per lunghi periodi di tempo.
Infatti qui al sud il mercato del lavoro atavicamente depresso e clientelare non consente nemmeno la consapevolezza o la speranza di passare da un lavoro all’altro con una certa continuità, che per alcuni potrebbe essere anche stimolante, ma che di fatto è un utopia per chiunque.
Non siamo certo in America dove si lavora anche “a settimana”, o a Milano, o nel nord-est delle mille fabbriche, dove per altro ormai vengono utilizzati gli extracomunitari a basso costo salvo poi addossargli le colpe di tutti i mali del mondo.
Da noi al sud, se riesci ad ottenere uno straccio di posto di lavoro lo devi difendere con i denti con le unghie. Ricordo anni fa, lavoravo per una azienda che aveva la sua sede principale a Milano e lì i dipendenti non capivano il nostro attaccamento al posto di lavoro, la dedizione e l’entusiasmo nel portare avanti i progetti, la collaborazione e l’amicizia tra colleghi. Si perché a Milano loro erano soliti farsi una esperienza in azienda per poi passare al più presto ad un’ altra, magari per strappare un contratto migliore.
Quindi i rapporti tra colleghi erano essenziali, anche perché spesso molto brevi.
Nulla da eccepire, se si ha la possibilità di fare carriera è nel diritto di tutti, ma da noi non ci sono i presupposti.

Ed infatti un precario la carriera non sa nemmeno cosa sia.
Il suo curriculum richiede la deforestazione di ettari di territorio per essere stampato ma concretamente non vale nemmeno la carta utilizzata.
Si perché dentro ci si trova tutto ed il contrario di tutto, nessuna vera specializzazione almeno quinquennale, si passa per i lavori più svariati, sai fare di tutto, ma niente nello specifico.
Ma questo sarebbe il minimo dei mali, la verità è che ad una azienda orientata al precariato, ormai la maggioranza, non interessa “cosa” sai fare davvero, ma “quanti sgravi fiscali” porti con te, e che ambizioni hai, cioè quanto ti aspetti di rimanere aggrappato al lavoro che ti si offre al minimo compenso ammissibile per non essere tacciata di sfruttamento. Se ci speri troppo sei pericoloso, se ci conti troppo poco non vai bene lo stesso. Non sei motivato!!!
Il turnover è inteso soltanto come “sostituzione fisica” del dipendente con uno più fresco, più giovane, che non ha avuto il tempo materiale di cominciare ad accampare pretese, di alzare un po’ la testa.
Il neo-precario si adatta, non fa commenti, non obietta su nessuna vessazione impostagli perché deve farsi ben volere, deve sperare nel futuro, in un colpo di fortuna, in un lavoro duraturo!

E magari in alcuni casi riesce pure a crederlo possibile.
Intanto è pure contento perché fa una nuova esperienza, lo crede utile, ma sul più bello viene cacciato e questa esperienza il più delle volte non gli servirà perché se è fortunato troverà qualcosa di totalmente diverso, oppure la sua storia non verrà considerata perché nel frattempo è diventato un po’ più “vecchio” e alla successiva selezione lo scarteranno perché avrà perso il suo prezioso bagaglio di “sgravi fiscali”!
E poi è cosa fondamentale, deve ripartire sempre dal gradino più basso, sempre apprendista anche a 50 anni, sempre ricattabile, sempre malleabile, sempre disposto ai lavori più usuranti o peggio, pericolosi e senza misure di sicurezza.
Perché vale meno della carta del suo C.V. “in formato europeo con foto”.

Il precario anche quando lavora non può essere felice.
Guadagna poco, non può permettersi nemmeno l’affitto di un monolocale, ma soprattutto, non può accedere a finanziamenti e mutui, gli riderebbero in faccia.
Non sa fino a quando percepirà uno stipendio, e se lo sa ciò non lo conforta affatto.
Deve restare nella sua condizione, a casa dai suoi con la paghetta integrativa, ma se è davvero un incosciente può sperare di metter su famiglia, magari sognando di sposare il figlio o la figlia di qualche ricco cinico politicante.

Il precario spesso è laureato ma tante volte non trova la forza o il necessario supporto economico per lasciare le sue radici e fuggire all’estero. A volte la laurea è un ostacolo anche per trovare lavoro in un call center, non è vista di buon occhio: più istruito = meno ricattabile = mina vagante.
Oppure non ha le necessarie conoscenze, soldi, capacità imprenditoriali, entrature politiche, protezioni di boss, per aprire una attività, un negozietto magari esente da “pizzo”, pura utopia.

Il precario molto probabilmente non avrà una pensione, nel caso in cui riuscisse tra mille ostacoli ad arrivare all’età pensionabile.
Adesso gli si vorrebbe negare anche all’assegno sociale , si deve dimostrare di aver lavorato per 10 anni minimo a 400€ al mese, in Italia.
Molto, molto difficile. Ma ci riteniamo un paese civile. Vedremo come finirà.
Sembra ormai certo però che se per caso riuscisse a dimostrare che il datore di lavoro ne ha abusato per anni, o peggio gli ha fatto firmare le dimissioni in bianco, non potrà più far valere i suoi diritti.
Avrà un piccolo risarcimento e poi zitto a casa, “…e ringrazia che non chiamo la Polizia e ti faccio arrestare brutto delinquente!!!

Si susseguono i governi, incentivano il precariato, ne peggiorano le condizioni, poi passano il tempo a fingere di cercare le soluzioni ai problemi che artatamente hanno creato. Niente accade per caso.

Ecco, del precario si potrebbe anche accennare allo stato di costante depressione, leggera vergogna che lo accompagna, si potrebbe anche far menzione al senso di inadeguatezza tra la gente e alla mancanza di identificazione, collocazione nella società che un lavoro stabile da a chiunque.
Perché è chiaro che molto spesso nei rapporti sociali meno stretti si viene identificati con il proprio mestiere: tabaccaio, fruttivendolo, dottore, meccanico, professore, impiegato, operatore call center, e così via.

-Di cosa ti occupi?
-Di cercare un lavoro. Qualunque.

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